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A caccia di fossili su Marte
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A caccia di fossili su Marte
Dove cercare i resti di antiche forme di vita esistite su Marte? Una nuova teoria sulla formazione degli oceani suggerisce le aree del pianeta rosso da esplorare a caccia di fossili.
La ricerca, condotta da J. Alexis Palmero Rodriguez del Planetary Science Institute, in Arizona, analizza la geologia delle pianure a nord del pianeta per spiegare come, miliardi di anni fa, si formarono gli oceani marziani: fu l'acqua delle falde sotterranee a sgorgare in superficie attraverso spaccature della crosta marziana. Questo processo avrebbe consentito la formazione di mari e laghi in tempi brevi - pochi anni - ma anche la loro sopravvivenza per millenni.
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Marte però, anche a quell'epoca, aveva un'atmosfera molo sottile. L'acqua liquida - e le eventuali creature viventi che ospitava - erano costantemente esposte a fortissime escursioni termiche e ai danni causati dalle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole. Se su Marte si sono evolute forme di vita, "dovremmo cercarle lì dove l'acqua sarebbe rimasta stabilmente in forma liquida: cioè nel sottosuolo", dice Palmero Rodriguez.
Una brutta notizia
per i cacciatori di fossili, perché scavare sotto la superficie del pianeta richiederebbe tempo e attrezzature non ancora disponibili per i rover, i robot telecomandati che finora sono stati inviati a esplorare la superficie marziana. È il nuovo studio a dare speranze: nella parte nord di Marte, sostiene Rodriguez, "a risalire in superficie fu acqua molto antica, rimasta intrappolata nelle falde sotterranee per miliardi di anni: un ambiente molto stabile per la nascita e l'evoluzione di organismi viventi". I sedimenti lasciati da quell'acqua sulla superficie del pianeta potrebbero rivelarsi depositi di fossili accessibili ai rover.
Emersione lenta
L'analisi dei minerali evidenzia come in alcuni periodi del passato parte della superficie di Marte sia stata sommersa dall'acqua. E nelle pianure a nord del pianeta, molti depositi di sedimenti ricordano agli scienziati il fondo degli oceani terrestri.
Già in passato, alcune teorie hanno ipotizzato che gli oceani di Marte si siano formati in seguito a improvvise e massicce fuoriuscite d'acqua dal sottosuolo. Ma c'è una questione ancora aperta: "Si pensa che queste 'scariche' improvvise d'acqua abbiano scavato sulla superficie marziana un particolare tipo di canali, che però sono rari e diffusi solo in poche regioni del pianeta", spiega Rodriguez.
Inoltre, "non c'è un vasto sistema di canali che colleghi le alture di Marte ai grandi bacini che, si ritiene, un tempo contenevano gli oceani", aggiunge lo studioso. "Ma se questi canali non esistono, come ha fatto l'acqua ad accumularsi fino a formare mari e laghi?"
Gli autori del nuovo studio, pubblicato questo mese dalla rivista Icarus, hanno esaminato una regione della parte settentrionale di Marte che si trova a sud di una scarpata chiamata Gemini Scopuli. Qui un deposito di sedimenti si trova in cima a un bacino pesantemente inciso da crateri di impatto e crepe dovute a terremoti. Analizzando i dati spettroscopici ottenuti dalle sonde orbitanti, gli studiosi hanno esaminato le rocce e i minerali presenti, concludendo che l'acqua sia sgorgata dal sottosuolo per circa due miliardi di anni.
Il paesaggio complessivo, inoltre, fa pensare che non si sia trattato di zampilli improvvisi, ma che l'acqua sia affiorata lentamente e a lungo attraverso le fratture della crosta. Gli studiosi ritengono che l'acqua provenisse da una vasta falda sotterranea che si estendeva dalle pianure fino a zone più elevate. Nelle pianure, a causa dell'innalzamento della fald, l'acqua non era riassorbita dal suolo, ma stagnava formando mari poco profondi o catene di piccoli laghi, simili a quelli che si formano nelle regioni settentrionali dell'Alaska in primavera alla fusione delle nevi.
La nuova teoria ipotizza che laghi e oceani marziani siano rimasti stabili anche per migliaia di anni, sottoposti a cicli stagionali di congelamento e fusione. "Dovrebbero essere rimasti stabili finché continuava l'affioramento dell'acqua dal sottosuolo", spiega Rodriguez. "I laghi molto salini restano liquidi anche se la temperatura scende sottozero; sulla Terra abbiamo constatato che possono ospitare organismi viventi. L'acqua stagnante, poi, diventa ancora più stabile se viene coperta dal ghiaccio". Nei laghi stabili, le creature del sottosuolo affiorate insieme all'acqua avrebbero avuto più possibilità di sopravvivere all'impatto con il nuovo ambiente, bombardato dai raggi ultravioletti.
"Sappiamo che le forme di vita si evolvono e si adattano meglio ai nuovi ambienti se hanno a disposizione un periodo di tempo lungo in termini geologici", continua lo studioso. "Se l'affioramento dell'acqua è stato lento e graduale, gli adattamenti successivi alla vita in superficie hanno avuto più probabilità di successo".
Ossa su Marte? Difficile
Secondo questa teoria, i prossimi robot inviati su Marte dovrebbero essere in grado di trovare fossili sulle pareti dei crateri o nelle crepe che si aprono sulle pianure settentrionali, nei bacini che un tempo ospitavano gli oceani marziani.
Il sito di atterraggio del Mars Science Laboratory, la prossima missione della NASA sul pianeta rosso, non è ancora stato scelto, ma uno dei candidati, la Mawrth Vallis, soddisfa bene i parametri evidenziati dalla nuova ricerca.
Secondo Victor Baker, planetologo della University of Arizona che non ha partecipato allo studio, "Rodriguez e i suoi colleghi hanno messo insieme una teoria che lega tra loro molti fenomeni diversi, che altrimenti sembrerebbero anomali. È un'idea che senza dubbio va presa in considerazione".
Anche per Baker l'acqua presente nel sottosuolo di Marte era potenzialmente in grado di sostentare la vita. "Anche oggi, subito sotto la superficie marziana, esistono ambienti che dal punto di vista chimico, della pressione e della temperatura, non sono affatto molto diversi dagli ambienti del sottosuolo terrestre dove è presente la vita", sostiene.
Ma, avverte lo scienziato, non aspettiamoci di trovare su Marte fossili che somiglino a quelli che conosciamo. "Un fossile può essere qualsiasi segno dell'attività di forme di vita esistite in passato. Non dev'essere per forza un osso. Può essere una traccia, la prova di una reazione chimica che può essere legata a un processo biologico. Pensare che anche Marte abbia vissuto qualcosa come l'esplosione del Cambriano - il periodo più intenso dell'evoluzione della vita sulla Terra - vorrebbe dire spingersi troppo in là. Non sarebbe troppo azzardato, invece, aspettarci di trovare tracce di microrganismi simili a quelli vissuti sulla Terra all'inizio della sua storia".
Fonte: [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
fonte : nibiru 2012
La ricerca, condotta da J. Alexis Palmero Rodriguez del Planetary Science Institute, in Arizona, analizza la geologia delle pianure a nord del pianeta per spiegare come, miliardi di anni fa, si formarono gli oceani marziani: fu l'acqua delle falde sotterranee a sgorgare in superficie attraverso spaccature della crosta marziana. Questo processo avrebbe consentito la formazione di mari e laghi in tempi brevi - pochi anni - ma anche la loro sopravvivenza per millenni.
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Marte però, anche a quell'epoca, aveva un'atmosfera molo sottile. L'acqua liquida - e le eventuali creature viventi che ospitava - erano costantemente esposte a fortissime escursioni termiche e ai danni causati dalle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole. Se su Marte si sono evolute forme di vita, "dovremmo cercarle lì dove l'acqua sarebbe rimasta stabilmente in forma liquida: cioè nel sottosuolo", dice Palmero Rodriguez.
Una brutta notizia
per i cacciatori di fossili, perché scavare sotto la superficie del pianeta richiederebbe tempo e attrezzature non ancora disponibili per i rover, i robot telecomandati che finora sono stati inviati a esplorare la superficie marziana. È il nuovo studio a dare speranze: nella parte nord di Marte, sostiene Rodriguez, "a risalire in superficie fu acqua molto antica, rimasta intrappolata nelle falde sotterranee per miliardi di anni: un ambiente molto stabile per la nascita e l'evoluzione di organismi viventi". I sedimenti lasciati da quell'acqua sulla superficie del pianeta potrebbero rivelarsi depositi di fossili accessibili ai rover.
Emersione lenta
L'analisi dei minerali evidenzia come in alcuni periodi del passato parte della superficie di Marte sia stata sommersa dall'acqua. E nelle pianure a nord del pianeta, molti depositi di sedimenti ricordano agli scienziati il fondo degli oceani terrestri.
Già in passato, alcune teorie hanno ipotizzato che gli oceani di Marte si siano formati in seguito a improvvise e massicce fuoriuscite d'acqua dal sottosuolo. Ma c'è una questione ancora aperta: "Si pensa che queste 'scariche' improvvise d'acqua abbiano scavato sulla superficie marziana un particolare tipo di canali, che però sono rari e diffusi solo in poche regioni del pianeta", spiega Rodriguez.
Inoltre, "non c'è un vasto sistema di canali che colleghi le alture di Marte ai grandi bacini che, si ritiene, un tempo contenevano gli oceani", aggiunge lo studioso. "Ma se questi canali non esistono, come ha fatto l'acqua ad accumularsi fino a formare mari e laghi?"
Gli autori del nuovo studio, pubblicato questo mese dalla rivista Icarus, hanno esaminato una regione della parte settentrionale di Marte che si trova a sud di una scarpata chiamata Gemini Scopuli. Qui un deposito di sedimenti si trova in cima a un bacino pesantemente inciso da crateri di impatto e crepe dovute a terremoti. Analizzando i dati spettroscopici ottenuti dalle sonde orbitanti, gli studiosi hanno esaminato le rocce e i minerali presenti, concludendo che l'acqua sia sgorgata dal sottosuolo per circa due miliardi di anni.
Il paesaggio complessivo, inoltre, fa pensare che non si sia trattato di zampilli improvvisi, ma che l'acqua sia affiorata lentamente e a lungo attraverso le fratture della crosta. Gli studiosi ritengono che l'acqua provenisse da una vasta falda sotterranea che si estendeva dalle pianure fino a zone più elevate. Nelle pianure, a causa dell'innalzamento della fald, l'acqua non era riassorbita dal suolo, ma stagnava formando mari poco profondi o catene di piccoli laghi, simili a quelli che si formano nelle regioni settentrionali dell'Alaska in primavera alla fusione delle nevi.
La nuova teoria ipotizza che laghi e oceani marziani siano rimasti stabili anche per migliaia di anni, sottoposti a cicli stagionali di congelamento e fusione. "Dovrebbero essere rimasti stabili finché continuava l'affioramento dell'acqua dal sottosuolo", spiega Rodriguez. "I laghi molto salini restano liquidi anche se la temperatura scende sottozero; sulla Terra abbiamo constatato che possono ospitare organismi viventi. L'acqua stagnante, poi, diventa ancora più stabile se viene coperta dal ghiaccio". Nei laghi stabili, le creature del sottosuolo affiorate insieme all'acqua avrebbero avuto più possibilità di sopravvivere all'impatto con il nuovo ambiente, bombardato dai raggi ultravioletti.
"Sappiamo che le forme di vita si evolvono e si adattano meglio ai nuovi ambienti se hanno a disposizione un periodo di tempo lungo in termini geologici", continua lo studioso. "Se l'affioramento dell'acqua è stato lento e graduale, gli adattamenti successivi alla vita in superficie hanno avuto più probabilità di successo".
Ossa su Marte? Difficile
Secondo questa teoria, i prossimi robot inviati su Marte dovrebbero essere in grado di trovare fossili sulle pareti dei crateri o nelle crepe che si aprono sulle pianure settentrionali, nei bacini che un tempo ospitavano gli oceani marziani.
Il sito di atterraggio del Mars Science Laboratory, la prossima missione della NASA sul pianeta rosso, non è ancora stato scelto, ma uno dei candidati, la Mawrth Vallis, soddisfa bene i parametri evidenziati dalla nuova ricerca.
Secondo Victor Baker, planetologo della University of Arizona che non ha partecipato allo studio, "Rodriguez e i suoi colleghi hanno messo insieme una teoria che lega tra loro molti fenomeni diversi, che altrimenti sembrerebbero anomali. È un'idea che senza dubbio va presa in considerazione".
Anche per Baker l'acqua presente nel sottosuolo di Marte era potenzialmente in grado di sostentare la vita. "Anche oggi, subito sotto la superficie marziana, esistono ambienti che dal punto di vista chimico, della pressione e della temperatura, non sono affatto molto diversi dagli ambienti del sottosuolo terrestre dove è presente la vita", sostiene.
Ma, avverte lo scienziato, non aspettiamoci di trovare su Marte fossili che somiglino a quelli che conosciamo. "Un fossile può essere qualsiasi segno dell'attività di forme di vita esistite in passato. Non dev'essere per forza un osso. Può essere una traccia, la prova di una reazione chimica che può essere legata a un processo biologico. Pensare che anche Marte abbia vissuto qualcosa come l'esplosione del Cambriano - il periodo più intenso dell'evoluzione della vita sulla Terra - vorrebbe dire spingersi troppo in là. Non sarebbe troppo azzardato, invece, aspettarci di trovare tracce di microrganismi simili a quelli vissuti sulla Terra all'inizio della sua storia".
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