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Fiat di Melfi, furti record sottratti ogni mese 1 milione di euro di ricambi
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Fiat di Melfi, furti record sottratti ogni mese 1 milione di euro di ricambi
Quello dei furti nella Sata di Melfi è un fenomeno che ha ispirato diverse indagini giudiziarie e operazioni di polizia e carabinieri. Da ricordare, in particolare, l’inchiesta «Fiat Lux» con l’esecuzione di nove ordinanze di arresto e una di obbligo di dimora nell’ambito dei 40 indagati. La procura di Melfi, a novembre del 2006, ha indagato su una presunta associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione di componentistica di auto.
In pratica, secondo l’accusa, venivano rubati dallo stabilimento di Melfi della Sata pezzi per auto per un valore di circa un milione di euro al mese. Cifra che, in qualche modo, consentiva di non incidere in maniera visibile sulla produzione. Tir che entravano, venivano registrati e uscivano carichi. Materiali che sparivano dopo essere già stati immagazzinati. Container mezzo vuoti già all’atto della consegna. Il tutto finiva sul mercato dei ricambi, con un doppio danno all’azienda: la perdita per il furto, il mancato introito per i ricambi originali.
Un traffico importante, che aveva una «rete di vendita» in almeno 10 regioni e cioè, oltre alla Basilicata, Puglia, Campania, Lazio, Umbria, Abruzzo, Marche, Toscana Piemonte e Friuli Venezia Giulia. Al centro alcuni dipendenti «infedeli» di un’azienda - che curava la logistica nello stabilimento automobilistico lucano - verso la quale la Fiat ha avviato le proprie azioni legali di risarcimento danni.
Proprio i magazzini gestiti dall’azienda contoterzista sarebbero stati «l’anello debole del sistema». Un nucleo stabile di 7-8 persone gestiva con un’organizzazione definita «a cellule» la fuoriuscita del materiale. I carichi, a volte selezionati sulla base di veri e propri «ordinativi» venivano individuati, e quando turni e condizioni giuste si incastravano, venivano portati all’esterno e venduti.
I carabinieri del nucleo operativo di Melfi, nel corso delle indagini, ne hanno recuperati tanti, per un valore di circa 6 milioni di euro. E proprio in quei pezzi recuperati c’è una delle prove fondamentali del traffico. I pezzi del gruppo Fiat hanno due tipi di marchiatura differente a seconda che siano destinati al montaggio in fabbrica o alla ricambistica. Quelli ritrovati erano di questo secondo tipo. Come pure le confezioni che li contenevano erano differenti da quelle della ricambistica ufficiale e corrispondenti a quelle destinate alle fabbriche. All’epoca sono stati perquisiti non solo i magazzi della Sata di Melfi, ma anche quelli di Piedimonte San Germano, nel Frosinate. La Fiat, in una prima fase, avrebbe voluto stendere un velo sulla vicenda per evitare problemi di immagine, ma alla fine ha denunciato tutto perché la situazione rischiava di precipitare. Tra un furto e l’altro.
[ma.bra.] fonte:lagazzettadelmezzogiorno.it
In pratica, secondo l’accusa, venivano rubati dallo stabilimento di Melfi della Sata pezzi per auto per un valore di circa un milione di euro al mese. Cifra che, in qualche modo, consentiva di non incidere in maniera visibile sulla produzione. Tir che entravano, venivano registrati e uscivano carichi. Materiali che sparivano dopo essere già stati immagazzinati. Container mezzo vuoti già all’atto della consegna. Il tutto finiva sul mercato dei ricambi, con un doppio danno all’azienda: la perdita per il furto, il mancato introito per i ricambi originali.
Un traffico importante, che aveva una «rete di vendita» in almeno 10 regioni e cioè, oltre alla Basilicata, Puglia, Campania, Lazio, Umbria, Abruzzo, Marche, Toscana Piemonte e Friuli Venezia Giulia. Al centro alcuni dipendenti «infedeli» di un’azienda - che curava la logistica nello stabilimento automobilistico lucano - verso la quale la Fiat ha avviato le proprie azioni legali di risarcimento danni.
Proprio i magazzini gestiti dall’azienda contoterzista sarebbero stati «l’anello debole del sistema». Un nucleo stabile di 7-8 persone gestiva con un’organizzazione definita «a cellule» la fuoriuscita del materiale. I carichi, a volte selezionati sulla base di veri e propri «ordinativi» venivano individuati, e quando turni e condizioni giuste si incastravano, venivano portati all’esterno e venduti.
I carabinieri del nucleo operativo di Melfi, nel corso delle indagini, ne hanno recuperati tanti, per un valore di circa 6 milioni di euro. E proprio in quei pezzi recuperati c’è una delle prove fondamentali del traffico. I pezzi del gruppo Fiat hanno due tipi di marchiatura differente a seconda che siano destinati al montaggio in fabbrica o alla ricambistica. Quelli ritrovati erano di questo secondo tipo. Come pure le confezioni che li contenevano erano differenti da quelle della ricambistica ufficiale e corrispondenti a quelle destinate alle fabbriche. All’epoca sono stati perquisiti non solo i magazzi della Sata di Melfi, ma anche quelli di Piedimonte San Germano, nel Frosinate. La Fiat, in una prima fase, avrebbe voluto stendere un velo sulla vicenda per evitare problemi di immagine, ma alla fine ha denunciato tutto perché la situazione rischiava di precipitare. Tra un furto e l’altro.
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