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Potenza, visite private a pagamento in ospedale: condannati 6 ginecologi
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Potenza, visite private a pagamento in ospedale: condannati 6 ginecologi
POTENZA - Nell’oramai lontano 1996 tre medici del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Policoro vennero arrestati e altri tre sospesi dal servizio con l’accusa di essersi fatti pagare direttamente dai pazienti prestazioni erogate in ospedale. Oggi, 14 anni dopo, se la giustizia penale ha fallito incorrendo in un verdetto di prescrizione che non sancisce la veridicità o meno delle condotte contestate, una condanna arriva dalla Corte dei Conti di Potenza.
O meglio una prima condanna visto che i 58 mila euro e rotti complessivi (oltre rivalutazione dal 1996 ad oggi) che i giudici hanno posto a carico dei sei medici tengono fuori un’altra «partita», quella del danno d’immagine, per procedere contro il quale la Giustizia contabile è in attesa di un pronunciamento della Corte Costituzionale. I fatti, come riferito, risalgono al 1996 e precisamente al 9 novembre di quell’anno quando finirono agli arresti domiciliari il primario e direttore sanitario del reparto Ostetricia e Ginecologia, Leonardo Faillace, e i medici Francesco Paolo Mattatelli e Paolo Panetta, e fu notificato un divieto di esercizio della professione per due mesi a Giovanni Bianco, Carlo Capodiferro e Gianpietro Adornato.
I tre erano accusati di essersi fatti pagare in contanti dalle pazienti alcune prestazioni eseguite in ospedale. Biglietti da 50 e 100mila lire che venivano versati nelle mani dei medici per visite ed ecografie eseguite nella struttura, mentre nulla veniva pagato alla cassa dell’ospedale.
La vicenda diede luogo a un processo penale concluso un anno e mezzo fa, esattamente il 10 ottobre 2008. Il Tribunale di Matera, riqualificò il reato contestato da concussione a truffa aggravata a danno di un ente pubblico, e lo dichiarò estinto per prescrizione, mentre assolse tutti dall’ipotesi di reato di peculato, non ricorrendo, a parere del Collegio, «la necessaria qualità di pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio nel medico ospedaliero che svolga attività libero-professionale così detta intramoenia nell’ambito della struttura pubblica di appartenenza».
La partita «contabile», invece, non si è chiusa. Perché il Procuratore presso la Corte dei Conti Michele Oricchio ha citato a giudizio i sei medici sostenendo che «le attività materiali descritte nelle imputazioni, indipendentemente dall’esito del procedimento penale, possono dirsi positivamente accertate, al termine di una lunga ed approfondita istruzione dibattimentale, preceduta da minuziose indagini svolte dai Carabinieri della Compagnia di Policoro, anche mediante intercettazioni telefoniche ed assunzione di sommarie informazioni dalle pazienti» e ritenendo che potessero configurare «profili di danno all’erario, sia patrimoniali che di danno all’immagine dell’ente pubblico».
Il Procuratore ha fatto riferimento (anche versando gli atti del dibattimento penale) ad una serie di testimonianze di pazienti che spiegavano di aver pagato direttamente i compensi ai sanitari, evidenziando un numero diverso di dette prestazioni per ciascuno di loro e aggiungendo che il danno non poteva limitarsi alle sole prestazioni «provate», ma andava valutato col metodo induttivo. Così ha acquisito il dato delle pellicole per ecografie consegnate dalla farmacia dell’ospedale, ha detratto il numero delle prestazioni «ufficiali» erogate dalla stessa struttura e ha determinato in quella differenza (oltre 5mila pellicole in più in 7 anni) il numero delle ecografie (e in analogia quello delle visite ginecologiche) fatte «per conto proprio».
Quindi ha applicato la percentuale che doveva essere versata alla struttura è ha ricavato il danno: 58mila e 500 euro. Li ha poi suddivisi tra i medici in relazione a quello che ha ritenuto essere «il diverso apporto causale, così come emerge dagli atti di causa» ottenendo dalla Corte presieduta da Adriano Festa Ferrante e composta da Vincenzo Pergola e Giuseppe Tagliamonte la condanna a pagare 41mila euro per Mattatelli, 6.500 per Panetta, 5mila per Adornato, 4mila per Faillace, mille per Capodiferro e altre mille per Bianco, condannato a pagare solo 21 euro e 69 centesimi in considerazione del fatto che a suo carico risultano provate sole 4 ecografie eseguite in modo «personale» dopo le quali si trasferì in un altro ospedale.
Resta invece sospesa la richiesta della procura di condanna a pagare 120mila euro (20mila euro a testa) per i danni di immagine. La Consulta dovrà valutare la costituzionalità della norma che ha posto tale giudizio in capo alla magistratura contabile.
Intanto, al di là delle condanne, il giudizio dei magistrati lucani sui fatti è netto. «Emerge inequivocabilmente - scrivono in sentenza - “l’infedele prassi” dei medici di effettuare le visite in regime di intramoenia e di incassare direttamente il compenso, che invece andava versato all’ufficio cassa dell’Ospedale, senza rilasciare alcuna ricevuta».
O meglio una prima condanna visto che i 58 mila euro e rotti complessivi (oltre rivalutazione dal 1996 ad oggi) che i giudici hanno posto a carico dei sei medici tengono fuori un’altra «partita», quella del danno d’immagine, per procedere contro il quale la Giustizia contabile è in attesa di un pronunciamento della Corte Costituzionale. I fatti, come riferito, risalgono al 1996 e precisamente al 9 novembre di quell’anno quando finirono agli arresti domiciliari il primario e direttore sanitario del reparto Ostetricia e Ginecologia, Leonardo Faillace, e i medici Francesco Paolo Mattatelli e Paolo Panetta, e fu notificato un divieto di esercizio della professione per due mesi a Giovanni Bianco, Carlo Capodiferro e Gianpietro Adornato.
I tre erano accusati di essersi fatti pagare in contanti dalle pazienti alcune prestazioni eseguite in ospedale. Biglietti da 50 e 100mila lire che venivano versati nelle mani dei medici per visite ed ecografie eseguite nella struttura, mentre nulla veniva pagato alla cassa dell’ospedale.
La vicenda diede luogo a un processo penale concluso un anno e mezzo fa, esattamente il 10 ottobre 2008. Il Tribunale di Matera, riqualificò il reato contestato da concussione a truffa aggravata a danno di un ente pubblico, e lo dichiarò estinto per prescrizione, mentre assolse tutti dall’ipotesi di reato di peculato, non ricorrendo, a parere del Collegio, «la necessaria qualità di pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio nel medico ospedaliero che svolga attività libero-professionale così detta intramoenia nell’ambito della struttura pubblica di appartenenza».
La partita «contabile», invece, non si è chiusa. Perché il Procuratore presso la Corte dei Conti Michele Oricchio ha citato a giudizio i sei medici sostenendo che «le attività materiali descritte nelle imputazioni, indipendentemente dall’esito del procedimento penale, possono dirsi positivamente accertate, al termine di una lunga ed approfondita istruzione dibattimentale, preceduta da minuziose indagini svolte dai Carabinieri della Compagnia di Policoro, anche mediante intercettazioni telefoniche ed assunzione di sommarie informazioni dalle pazienti» e ritenendo che potessero configurare «profili di danno all’erario, sia patrimoniali che di danno all’immagine dell’ente pubblico».
Il Procuratore ha fatto riferimento (anche versando gli atti del dibattimento penale) ad una serie di testimonianze di pazienti che spiegavano di aver pagato direttamente i compensi ai sanitari, evidenziando un numero diverso di dette prestazioni per ciascuno di loro e aggiungendo che il danno non poteva limitarsi alle sole prestazioni «provate», ma andava valutato col metodo induttivo. Così ha acquisito il dato delle pellicole per ecografie consegnate dalla farmacia dell’ospedale, ha detratto il numero delle prestazioni «ufficiali» erogate dalla stessa struttura e ha determinato in quella differenza (oltre 5mila pellicole in più in 7 anni) il numero delle ecografie (e in analogia quello delle visite ginecologiche) fatte «per conto proprio».
Quindi ha applicato la percentuale che doveva essere versata alla struttura è ha ricavato il danno: 58mila e 500 euro. Li ha poi suddivisi tra i medici in relazione a quello che ha ritenuto essere «il diverso apporto causale, così come emerge dagli atti di causa» ottenendo dalla Corte presieduta da Adriano Festa Ferrante e composta da Vincenzo Pergola e Giuseppe Tagliamonte la condanna a pagare 41mila euro per Mattatelli, 6.500 per Panetta, 5mila per Adornato, 4mila per Faillace, mille per Capodiferro e altre mille per Bianco, condannato a pagare solo 21 euro e 69 centesimi in considerazione del fatto che a suo carico risultano provate sole 4 ecografie eseguite in modo «personale» dopo le quali si trasferì in un altro ospedale.
Resta invece sospesa la richiesta della procura di condanna a pagare 120mila euro (20mila euro a testa) per i danni di immagine. La Consulta dovrà valutare la costituzionalità della norma che ha posto tale giudizio in capo alla magistratura contabile.
Intanto, al di là delle condanne, il giudizio dei magistrati lucani sui fatti è netto. «Emerge inequivocabilmente - scrivono in sentenza - “l’infedele prassi” dei medici di effettuare le visite in regime di intramoenia e di incassare direttamente il compenso, che invece andava versato all’ufficio cassa dell’Ospedale, senza rilasciare alcuna ricevuta».

KARMINE P.- UFFICIALE GENERALE

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